L’endometriosi è una patologia che colpisce circa il 10-15% delle donne in età riproduttiva; interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno grandi difficoltà a concepire. Parliamo di cifre altissime, basti pensare che le donne con diagnosi conclamata sono almeno 3 milioni.
È una patologia che stiamo finalmente riscoprendo: talvolta le donne che lamentavano dolori particolarmente intensi venivano diagnosticate come pazienti ansiose, stressate; purtroppo niente di più lontano dalla realtà.
La diagnosi non è semplice e non è immediata, l’endometriosi è una patologia subdola che crea dolore (spesso e volentieri curare con un’antinfiammatorio non è sufficiente), disagio, infiammazione a carico delle pelvi e talvolta complicanze: dalla metrorragia all’interesse di altri tessuti e organi al di fuori dell’endometrio e dell’utero, la necessità di subire più operazioni nel corso della vita (nei casi più gravi l’isterectomia). Insomma, non proprio una passeggiata.

Il disagio più grande che soffrono le donne affette da endometriosi (così come da altre patologie come la vulvodinia, che affronteremo più avanti) è quello di non esser credute e comprese, talvolta dalle donne stesse: “è solo ciclo”, “prendi un’antinfiammatorio e vedrai che i dolori passeranno”, “prendi la pillola e si risolve tutto”, sono giusto alcuni dei commenti che ci si sente riferire.
Fortunatamente le cose stanno cambiando, i ginecologi sono più attenti e più formati e le diagnosi precoci sono in netto aumento.
Dal punto di vista fisico e posturale l’utente con endometriosi si presenterà con un ipertono a livello del pavimento pelvico: la muscolatura è costantemente contratta tanto da arrivare a sviluppare contratture muscolari o retrazioni muscolari. Una bella gatta da pelare, insomma.
Ovviamente il lavoro da parte dell’insegnante Pilates è quello di osservare l’utente e di porsi sempre domande, mai limitarsi a qualcosa di pre-costruito: osservazione e anamnesi devono essere il nostro mantra.
Da subito ci sorgerà un dubbio: come posso lavorare su un utente con ipertono pelvico col pilates senza andare a incrementare questa rigidità? Come ben sappiamo il Pilates lavora con l’attivazione costante delle pareti addominali, enfantizzando questa tenuta e questa chiusura nell’espirazione.
Coverrete con me che, in questo caso, non è possibile.
Come dovremmo procedere dunque?
Innanzitutto questo lavoro deve essere necessariamente fatto a livello individuale e, solo successivamente, avverrà l’inserimento in un mini gruppo.
Dobbiamo fare un bel balzo indietro: torniamo al Matwork 1, alla propedeutica. Lavoriamo sulla respirazione base innanzitutto, nell’ES non lavoreremo pertanto con l’attivazione costante dell’addome. Concentriamoci in particolar modo sull’allungamento, sulla distensione, e sul creare una separazione nel box inferiore. Torniamo al concetto di pelvic tilt, vedrete che l’utente avrà difficoltà nella propriocezione a livello del bacino e avrà sicuramente difficoltà nella mobilità di questa zona e del rachide. In sostanza: bisogna lavorare ma senza apportare ulteriore rigidità dove vi è l’ipertono.
Il consiglio ulteriore è quello di confrontarsi con gli specialisti dai quali la nostra utente è seguita al fine di avere un riscontro specifico e delle indicazioni anche da parte loro e invitare la nostra utente, qualora non lo facesse già, ad intraprendere il percorso con un fisioterapista per la riabilitazione del pavimento pelvico specifica in questi casi.
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